Oddity Journal
← Le luci di Hessdalen

COPIONE · STATO PENDING

Hessdalen — Il rumore che non arriva

Trascrizione del parlato dal copione frozen-source. La pagina testuale non annuncia una disponibilità di ascolto per la nuova edizione.

Stato editoriale: copione e montaggio in revisione. Sono stati rimossi titoli, note di regia, inseriti e righe delle fonti; i blocchi parlati sono riportati senza riscrittura.

ASCOLTO

In preparazione

Il player della nuova edizione verrà attivato solo dopo la verifica degli identificativi pubblici. La versione precedente non viene incorporata qui.

Il 20 dicembre 1981 una Ford Cortina percorre una strada fra le montagne della Norvegia. Al volante c'è Nils Kåre Nesvold, un giornalista freelance del paese di Ålen. Lavora per giornali, radio e riviste; buona parte delle sue giornate la passa in automobile.

Quel pomeriggio è vicino a Nesvollen, lungo la strada fra Ålen e Røros. Sta per raggiungere un passaggio a livello quando vede una luce.

È bassa, sotto il profilo delle montagne. Ha una forma ovale e brilla come una lampadina accesa. Una luce così, sul versante, fa venire voglia di capire che cosa stia facendo lì. Nils pensa a un elicottero. Il rumore delle pale potrebbe aiutarlo a riconoscerlo.

Ferma la Ford, spegne il motore e scende. Adesso può ascoltare.

Aspetta.

Il rumore non arriva.

Nils guarda ancora verso la montagna. La luce è lì, ma non riesce a capire quanto sia lontana. Potrebbe essere una cosa grande, sul versante, oppure molto più piccola e vicina a lui.

Provo a immaginarlo accanto alla Ford, con il walkie-talkie in mano. Potrebbe rimettersi al volante e andare. Poi pensa a come suonerebbe, domani, una storia del genere. Una luce ovale, sospesa nel buio, senza un rumore. Ci vuole qualcun altro che la veda.

Pensa a Per Holden, un suo buon amico. Uno a cui può chiedere di uscire di casa per una cosa che non sa nemmeno spiegare. Preme il pulsante della radio.

«Per, mi senti?»

«Ti sento. Dove sei?»

«Vicino a Nesvollen, prima del passaggio a livello. C'è una luce sulla montagna.»

«Una casa?»

«No. Ho pensato a un elicottero. Ma sono sceso, ho spento tutto… non si sente niente.»

«E quindi?»

«Aspettami. Vengo a prenderti. Voglio che la guardi anche tu.»

Per, all'inizio, gli crede poco. Nils risale sulla Ford e va da lui. Mentre guida ha fretta, ma ogni curva lo allontana dalla luce. Quando avrà Per seduto accanto, dovrà rifare tutta quella strada. E se nel frattempo fosse scomparsa?

Ripassano dal passaggio a livello.

La luce c'è ancora.

Nils accosta. Per scende e guarda verso Ratvollfjellet, la montagna davanti a loro. Per un po' nessuno dei due dice niente.

«La vedi?»

«Sì.»

«E allora che cos'è?»

Adesso è Per a cercare un rumore, un movimento, qualcosa che gli faccia riconoscere quella forma. Nils gli lascia il tempo di guardare. È venuto a prenderlo proprio per questo.

Decidono di proseguire verso sud, in direzione di Rugldalen, una valle lungo la quale corrono la strada e la ferrovia. Forse, da un altro punto, riusciranno a vederla meglio.

Si fermano ancora. Scendono dalla Ford.

La luce scompare.

Rimangono a guardare il versante. Passano alcuni secondi, poi altri. Nils sposta lo sguardo più a destra; Per cerca più in alto. Nessuno dei due la ritrova.

Quando ripartono verso casa, hanno ancora voglia di parlarne. Provano con l'elicottero, tornano alla forma, al silenzio. Ogni spiegazione dura qualche frase, poi si inceppa sullo stesso dettaglio.

Per il resto del viaggio, a turno, uno dei due torna a guardare fuori.

Il racconto di Nils finirà nella raccolta di testimonianze del Project Hessdalen, il gruppo che nascerà per studiare queste luci. Nella stessa raccolta c'è una coppia che, tre mesi prima di lui, aveva aperto una finestra per ascoltare il cielo.

Fine settembre del 1981. Siamo a Støren, un centro abitato della regione, nella valle principale. Qui si incontrano strade e linee ferroviarie: di luci che passano, di sera, se ne vedono.

Olaf Hansen è in casa con sua moglie. È tardi, intorno alle undici di sera, quando vedono un punto bianco e blu muoversi lentamente lungo la valle, basso rispetto alle montagne di fronte.

Olaf pensa a un aereo. Quel punto, però, sta passando all'altezza del crinale di fronte, lentamente. Dalla finestra vedono la luce, mentre il resto si confonde con il versante. Ascoltare potrebbe aiutarli a capire che cosa stanno seguendo.

Io me li figuro uno accanto all'altra, davanti al vetro.

«Guarda là.»

Sua moglie cerca il punto che le sta indicando.

«Quello bianco?»

«Sì. Un aereo, credo.»

Lei apre la finestra. Entra l'aria fredda di settembre. Olaf si avvicina, sporge un poco la testa e ascolta.

Aspettano il rombo. La luce continua a muoversi, ma il rumore dell'aereo non arriva.

«Sarà una macchina?»

Olaf cerca con gli occhi la strada, poi la ferrovia. Qui i collegamenti passano fra le montagne e si incontrano vicino alla stazione. Da una finestra, al buio, un faro distante e una luce in volo possono comparire davanti allo stesso versante. Per distinguerli bisognerebbe riuscire a seguire anche ciò che c'è intorno al punto luminoso.

Olaf, nel suo racconto, dirà di aver considerato un'auto e un treno, senza vedere traffico in quel momento. La luce passa nella direzione della stazione e continua lungo la valle.

Sua moglie continua a seguire il punto luminoso. Finché si muove, c'è ancora la possibilità che una curva, un cambio di direzione, lo faccia diventare qualcosa che conoscono.

Invece la montagna di fronte lo nasconde.

Aspettano ancora, nel caso ricompaia dall'altra parte.

«L'hai vista anche tu?»

«Sì.»

Alla fine la moglie di Olaf richiude la finestra. Prima di allontanarsi dà un'altra occhiata al punto in cui la luce è scomparsa.

Un aereo, un'automobile, un treno: sono le spiegazioni di tutti i giorni. Olaf e sua moglie provano a farle combaciare con quella luce silenziosa fra il cielo e le montagne. Quando richiudono la finestra, stanno ancora cercando di capire.

Nils farà lo stesso con il suo elicottero. E, quello stesso dicembre, un altro automobilista proverà con una motoslitta sul versante innevato.

Si chiama Halvard Bakås. Il 20 dicembre del 1981, lo stesso giorno di Nils, sta guidando da Ålen verso Hessdalskjølen, sulle alture che separano i paesi della zona. Dall'altra parte della valle vede una luce.

Una motoslitta con il faro acceso. È la prima cosa che gli viene in mente. In un paesaggio innevato, d'inverno, sarebbe una presenza del tutto normale. Considera anche una baita, una finestra illuminata sul versante.

Nei giorni successivi Halvard cerca informazioni. Viene a sapere che in quel punto non risultavano motoslitte. E si accorge che, dalla posizione in cui si trovava, le baite a cui aveva pensato non si sarebbero viste.

Continua a ripensare a quel faro sul versante.

Hessdalen è una valle lunga una dozzina di chilometri, a nord-ovest della cittadina di Røros. All'epoca ci vivono circa centocinquanta persone. Le case, le strade e i versanti sono quelli di un posto piccolo, dove chi abita da anni sa in quale direzione cercare una finestra o un faro.

Da quel dicembre i racconti di luci si moltiplicano. Qualcuno le vede ferme, qualcuno in movimento; in certe sere durano abbastanza da chiamare un vicino, in altre spariscono prima che arrivi. È il periodo in cui le segnalazioni diventano frequenti e attirano l'attenzione sulla valle. La luce vista da Olaf a settembre appartiene ai racconti precedenti a quell'aumento.

Fra le persone che leggono quei racconti c'è chi comincia a organizzare un viaggio. Vuole arrivare nella valle con gli strumenti e aspettare lì la prossima luce. Il 3 giugno del 1983 nasce il Project Hessdalen.

Erling Strand è un ingegnere elettronico. Vorrebbe raccogliere dati abbastanza buoni da portare quelle luci dentro una ricerca scientifica. Nel suo racconto delle origini del progetto, ricorda il vuoto lasciato dalle istituzioni: le persone continuavano a segnalare apparizioni, e mancava qualcuno che andasse a misurarle.

Fra i fondatori c'è anche Leif Havik, un ricercatore di campo. Lo incontreremo spesso fuori, con la macchina fotografica, oppure accanto a un testimone. Erling e Leif entrano in questa storia portando gli strumenti, e finiscono per diventare testimoni anche loro.

Li seguiamo nell'inverno del 1984. Negli anni il progetto arriverà ad avere una stazione automatica; per ora il suo quartier generale è un piccolo caravan nella neve.

Il quartier generale è su un'altura, ad Aspåskjølen. Da lì si vedono i versanti della valle. Altri osservatori raggiungono le montagne intorno e il lago Hersjøen. Portano macchine fotografiche, una radio, strumenti con cui provare a trattenere qualcosa di quelle apparizioni.

Mi immagino una sera di turno. Uno è fuori, guarda la montagna. Un altro segue lo schermo del radar dentro il caravan. Prima di partire, forse, si erano figurati qualcosa di più avventuroso: una chiamata alla radio, una corsa per raggiungere una luce. Adesso passano le ore, e il paesaggio rimane uguale. Bisogna continuare a guardare.

L'uomo fuori rientra per scaldarsi le mani. Quello al radar gli chiede se ha visto qualcosa. Si danno il cambio. Dopo un po' basta un rumore alla radio per farli voltare entrambi.

In una notte del genere io arriverei presto a pensare al letto. Alla mattina successiva. A tutto quello che avrei potuto fare restando a casa. Poi mi terrebbe lì un pensiero irritante: se me ne vado adesso, magari compare fra cinque minuti.

Leif, nel corso di quelle settimane, sarà al radar, correrà fuori con la macchina fotografica, si fermerà a guardare una luce sulla neve. Lo ritroviamo in scene diverse perché cerca di essere pronto ogni volta che qualcuno lo chiama.

La prima occasione arriva già il 21 gennaio. Gli osservatori seguono una luce che oscilla, va verso nord e disegna una grande esse. Le fotografie ne conservano un tratto. Quattro giorni dopo Arne e Tone Thomassen, altri due membri della squadra, notano un punto brillante. Sembra un pianeta, finché comincia a muoversi.

Arne ha una lastrina da mettere davanti all'obiettivo: separa la luce nei suoi colori, un po' come un prisma. Sulla pellicola dovrebbe lasciare una striscia dalla quale riconoscere qualcosa della sorgente.

Bisogna aspettare lo sviluppo. Quando arriva il risultato, la striscia è appena visibile. Servirà un'immagine più nitida. Intanto, nel caravan, Leif continua a guardare il radar.

Il 27 gennaio Jon Aspås e Ruth Marry Moe vedono una luce correre sopra Finnsåhøgda, un'altura della zona. Nello stesso periodo Leif vede comparire due echi sul radar, uno dopo l'altro.

Quando esce dal caravan, gli altri gli raccontano l'avvistamento. Hanno due cose da confrontare: la direzione e l'ora.

La scena me la figuro sulla porta. Leif ha ancora in mente quei due segni sullo schermo.

«Quando l'avete vista?»

Jon risponde. Leif controlla di nuovo. Si avvicinano abbastanza: il rapporto indicherà un'incertezza di due o tre secondi.

Ora vale la pena rifare il percorso con gli occhi. Da dove arrivava? Sopra quale punto della montagna? Il radar potrebbe aver seguito proprio quella luce, oppure un altro bersaglio passato nello stesso momento. Leif e gli altri cercano la coincidenza fra le due osservazioni.

Per chi è rimasto ore davanti a uno schermo, quei pochi secondi possono dare voglia di ricominciare il turno. La prossima volta qualcuno dovrà guardare l'orologio subito.

Sei giorni dopo Leif si è fermato a bere un caffè a casa di Jon Aspås. È il 2 febbraio. Squilla il telefono: verso la montagna si vedono delle luci.

Leif ha con sé la macchina fotografica e un teleobiettivo. Per usarli dovrebbe appoggiarsi bene, tenere l'inquadratura ferma. Questa volta scatta senza treppiede.

Esce. Riferirà di aver visto tre luci, due chiare e una rossa davanti. Fra quei punti gli sembra di distinguere una zona scura, come se fossero parti di un'unica forma. Altri abitanti le osservano da Heggset.

Provo a immaginare il momento in cui Leif alza la macchina. Cerca con un piede una posizione più stabile, porta l'occhio al mirino. Potrebbe appoggiarsi da qualche parte. Quanto tempo ci vorrebbe? La luce è già lì, nell'inquadratura.

Scatta a mano libera.

Sulla pellicola resteranno delle strisce. Per ricavarne la traiettoria della luce bisognerebbe separarla dal movimento delle mani. Anche la forma scura, così presente nel suo ricordo, sulla stampa si perde.

Con la fotografia davanti verrebbe voglia di tornare a quel telefono, a quel caffè interrotto. Rifare tutto portando fuori anche un treppiede. Leif ha avuto una sola occasione. Gli mancava il treppiede, ha provato comunque a portare a casa una fotografia.

Il 12 febbraio Erling Strand prende un laser. Kurt Persson ha un binocolo. Accanto a loro osserva May Britt Pellving. Davanti al gruppo c'è una luce che lampeggia e si muove lentamente.

Erling dirige il fascio da quella parte.

Secondo il resoconto dei presenti, il lampeggio cambia. Prima un lampo alla volta, adesso due. Erling abbassa il laser: la luce torna al lampeggio singolo. Lo alza di nuovo, ed ecco un'altra coppia di lampi.

Erling e Kurt sono lì insieme, e possono sentirsi. Kurt tiene gli occhi nel binocolo e descrive ad alta voce il ritmo dei lampi. Durante una parte della prova il puntamento del laser gli rimane nascosto: deve raccontare quello che vede senza sapere se Erling sta illuminando la luce in quel momento.

Erling può così confrontare i propri gesti con la voce di Kurt. Fra le due osservazioni di quella sera, i tentativi sono nove. I cambiamenti annotati, otto.

Otto su nove.

A me viene in mente la parola «risponde». Sarebbe una reazione straordinaria: per un istante, dall'altra parte, sembra esserci qualcuno che si è accorto di te.

Anni dopo arriveranno a Hessdalen anche ricercatori italiani. Le loro campagne di osservazione si chiameranno EMBLA: torneranno nella valle con apparecchi per registrare e analizzare le luci. Fra loro c'è l'astrofisico Massimo Teodorani.

Nel rapporto del 2002, scritto con Gloria Nobili, Teodorani prenderà in considerazione anche un'intelligenza dietro certi comportamenti. In quella lettura le luci potrebbero essere sonde, oppure qualcosa che si avvicina agli osservatori cercando una forma di contatto.

Proviamo a stare per un momento dentro questa ipotesi. Erling alza il laser. Dall'altra parte un sistema lo rileva. Cambia il segnale. Erling lo abbassa e aspetta. Bastano quei gesti, e il versante davanti a lui sembra molto meno vuoto.

Il passaggio difficile è capire se la sequenza abbia davvero quel significato. Il materiale del 1984 è il racconto di chi teneva il laser e il binocolo. Per seguire la pista del contatto servirebbe ripetere la prova registrando insieme il fascio e ogni lampo, con tempi precisi e confronti preparati prima.

Mi immagino Erling che rimette il laser nella custodia e torna con gli altri al caravan. Stavolta hanno parecchio di cui parlare.

Cinque giorni dopo, vicino al lago Hersjøen, Ove Joakim Karlsson e Dick Ekenhage osservano una luce gialla sul versante. Per una ventina di minuti resta ferma.

Potrebbe essere una baita, una finestra accesa. I due filmano, scattano fotografie, poi salgono verso il loro punto di osservazione. Continuano a guardare in quella direzione.

Più tardi, intorno alle sette e mezza, il chiarore si mette in movimento. Adesso gli osservatori distinguono due punti gialli molto vicini. Li considerano parte della stessa apparizione che hanno continuato a tenere d'occhio: quella che, finché restava ferma, sembrava una baita.

Il resoconto lascia aperto quando siano diventati visibili entrambi i punti. Ora la coppia cambia direzione e sembra venire verso di loro.

Joakim prende il walkie-talkie e chiama il caravan.

Pochi secondi dopo le luci si spengono.

Nella mia ricostruzione la risposta arriva mentre lui sta ancora cercando il punto nel buio.

«Dove sono?»

Joakim indica il versante, anche se dalla radio il suo gesto è invisibile.

«Erano qui davanti. Un momento fa.»

Quando riguarderanno il film, avranno un punto luminoso circondato dal buio. Un albero, un profilo di montagna nell'inquadratura avrebbero aiutato a ricostruire il movimento. Purtroppo, per raccontare quel movimento, Joakim dovrà affidarsi alle parole.

Il 20 febbraio Leif Havik esce dal caravan e vede una luce rossa a terra, vicino ai suoi piedi. Si muove per pochi secondi, poi scompare. Fuori ci sono anche Åge Moe ed Edvin Kværnes; Åge riferisce di averla vista.

Mi immagino Leif fermo sulla porta, gli occhi sugli scarponi. Ha passato settimane a cercare qualcosa sui versanti. Adesso si china verso la neve, poi guarda gli altri.

Dopo, Leif si rimprovererà un gesto mancato. Avrebbe voluto mettere una mano sopra il punto luminoso, provare a capire da dove venisse. Nei secondi dell'avvistamento, racconta, gli è sfuggita proprio quella possibilità.

Quel rosso gli ricorda il laser. Nel rapporto, però, il laser in quei giorni risulta a Oslo. Tornerà al caravan cinque giorni dopo, e allora potranno fare un confronto.

Puntano il raggio sulla neve. Åge guarda: ritrova il colore e la forma che ricorda, mentre l'intensità gli sembra diversa.

Il confronto mostra che un laser può produrre sulla neve una luce molto simile. Rimane da capire da dove arrivasse quella del 20 febbraio. Leif e gli altri l'hanno vista ai suoi piedi per pochi secondi; quando hanno alzato gli occhi per cercarne l'origine, era già scomparsa.

Fra chi osserva da settimane può farsi strada anche un sospetto: e se qualcuno si stesse divertendo con loro? È una domanda che ritroveremo nelle ipotesi sul caso, insieme a versioni molto più elaborate di uno scherzo.

Il 26 febbraio la campagna arriva all'ultima notte. Tre osservatori vedono un lampo, poi una luce simile a un faro muoversi in semicerchio verso di loro. A uno dei tre viene in mente una motoslitta sulla neve.

Il gruppo assegnerà all'episodio la sigla F5, a metà della scala con cui ordina gli avvistamenti: da quelli riconoscibili fino ai casi giudicati più difficili da spiegare.

Ormai le schede sono quasi duecento. Dopo i turni all'aperto arriva il momento di raccoglierle, confrontare fotografie e orari, chiedere agli altri che cosa ricordano.

Immagino quel lavoro una volta tornati al caldo. Qualcuno trova una somiglianza con un aereo; un altro ricontrolla la direzione. Una fotografia passa di mano. Dopo tanto tempo trascorso insieme a sperare in una buona osservazione, può costare fatica anche accettare una spiegazione ordinaria. Eppure è proprio da quelle che cominciano.

Su centottantotto segnalazioni, centotrentacinque finiscono nella fascia delle luci note. Cinquantatré restano fra i possibili casi Hessdalen. La classificazione raccoglie il giudizio del gruppo, con la qualità molto diversa dei materiali che ha davanti.

Anche le tracce del radar richiedono altro lavoro. Leif può indicare i segni sullo schermo; per la maggior parte, fuori dal caravan, nessuno ha visto una luce da confrontare.

Il rapporto finale lascia aperta l'origine del fenomeno. Leif ed Erling hanno però una raccolta da mostrare, episodi precisi sui quali chiedere aiuto. Per andare avanti serviranno strumenti migliori e persone disposte a impiegare altro tempo.

E servirà decidere se tornarci.

Leif torna. Nell'inverno del 1985 passa un mese in una tenda fredda. Il resoconto della spedizione parla di vento, neve, strumenti da proteggere. Durante una tempesta gli occupanti devono abbandonare una tenda che rischia di cedere e raggiungere una baracca quasi strisciando.

Alla fine di gennaio gran parte del gruppo riparte. Leif resta con altri due osservatori. Si aspetta che le luci tornino a farsi vedere proprio adesso, dopo lo smontaggio degli strumenti principali: l'anno prima gli era sembrato che fosse andata così.

Provo a immaginare la sera in cui vede partire gli altri. Un'auto si allontana. Lui sa che quelli dentro, fra qualche ora, potranno dormire in un letto. Davanti alla tenda rimane il lavoro della notte.

Io mi chiederei se valga ancora la pena. Magari me lo chiederei mentre cerco qualcosa nella borsa, con le dita che fanno fatica. Poi alzerei la testa, per controllare il versante un'altra volta.

Leif continua a fotografare. Dopo un avvistamento sale sulla montagna a cercare le tracce che avrebbe lasciato una motoslitta. Le pellicole, ancora una volta, daranno meno di quanto sperava: la luce è troppo debole per ricavarne gli spettri.

Erling deve affrontare anche un'altra attesa. C'è la speranza di arrivare a una ricerca finanziata, con mezzi adeguati. Gli avvistamenti però diminuiscono, e quella possibilità si allontana. Il progetto va avanti con risorse private, prestiti di strumenti e lavoro volontario.

Mi colpisce quanto tempo possa passare fra una notte da raccontare e tutto il lavoro che serve a preparare la successiva. Telefonate, conti, apparecchi da procurare. Poi devi convincere qualcuno a venire con te. O decidere di restare quando gli altri tornano a casa.

Nel 1998 entra in funzione una stazione automatica. Erling e i suoi collaboratori hanno trovato un modo per continuare a guardare la valle anche nelle notti in cui loro dormiranno altrove.

Negli anni successivi arrivano nuove persone. Bjørn Gitle Hauge insegna elettronica e lavora con studenti e strumenti. Ritroviamo anche Massimo Teodorani, l'astrofisico delle campagne EMBLA che ha discusso la possibilità del contatto. Per loro la valle offre una possibilità preziosa: tornare nello stesso posto e tentare una misura migliore.

Ricordate la lastrina che Arne metteva davanti alla macchina fotografica? Il tentativo continua. Separare una luce nei suoi colori può aiutare a capire che cosa la produce. Una sorgente calda, un gas, il faro di un'automobile lasciano tracce da confrontare.

Poi cominciano i confronti. In un'analisi del 2007 Hauge considera anche automobili, aerei, meteore e pianeti. Le immagini hanno una risoluzione limitata; le identificazioni restano preliminari.

C'è anche chi torna a guardare le strade. Matteo Leone pubblica un'analisi critica del materiale delle campagne EMBLA. Vuole capire se alcune luci possano essere fari lontani.

Proviamo a metterci accanto a lui con una fotografia e una mappa. Per cominciare serve il punto da cui è stata scattata. Poi la direzione dell'obiettivo. Infine l'ora: un'auto potrebbe essere passata proprio in quel momento. La strada può trovarsi su un versante che di notte sembra completamente buio.

Il confronto si inceppa su dati che mancano o sono troppo imprecisi. Leone chiede informazioni che permettano di ripetere il controllo. Il progetto e chi lo critica possono riguardare la stessa fotografia e continuare a darle un peso diverso.

Una delle strade percorse dai ricercatori porta sotto terra. La valle contiene rocce e minerali che possono condurre corrente. Se da lì arrivasse l'energia capace di accendere qualcosa nell'aria?

Pensiamo a una piccola insegna luminosa: dentro c'è un gas, e la corrente lo fa brillare. L'esempio aiuta a figurarsi la domanda. In una valle aperta bisognerebbe capire da dove arriva l'energia, come raggiunge l'aria e che cosa tiene la luce raccolta abbastanza a lungo.

I ricercatori hanno già cercato un legame. Il progetto ha sorvegliato le luci con le telecamere e misurato diversi segnali dell'ambiente. Fra il 2014 e il 2019, sei campagne hanno percorso la valle studiando il sottosuolo con segnali elettromagnetici a bassissima frequenza. In alcune occasioni hanno raccolto anche misure elettriche e magnetiche.

Il lavoro viene pubblicato nel 2024. Le mappe indicano zone in cui il terreno conduce meglio la corrente, associate a particolari rocce e minerali. Ora ci sono punti precisi su cui tornare a misurare.

Resta da collegare quelle strutture a una singola apparizione. In questo studio il collegamento è ancora un'ipotesi: gli autori chiedono altre misure simultanee e confronti fra i dati. Vorrebbero poter seguire una variazione nel terreno proprio mentre una luce compare, e ritrovare la stessa relazione altre volte.

Altri ricercatori si sono domandati anche se, dietro le apparizioni, ci fosse qualcuno capace di produrle.

Torniamo al puntino rosso vicino ai piedi di Leif. Assomigliava a una luce laser. Da una scena così è facile arrivare a una domanda: e se qualcuno sapesse benissimo che cosa stiamo guardando?

Nel rapporto EMBLA del 2001 Teodorani e i collaboratori si chiedono se una struttura osservata possa essere un mezzo militare pilotato a distanza. L'anno dopo, Teodorani e Nobili esplorano anche una simulazione delle apparizioni: luci prodotte apposta, magari per studiare la reazione di chi le osserva.

Provano perfino a immaginare l'apparato. Un proiettore potente, una superficie riflettente, movimenti e aperture con cui cambiare l'aspetto del segnale. Il gruppo dovrebbe cercare sia la luce sia il posto dal quale qualcuno potrebbe produrla.

Entriamo per un momento nello scenario. Sei al tuo punto di osservazione. Hai portato una macchina fotografica e un quaderno. Dietro un altro versante, una seconda squadra aspetta che tu sia pronto. Quando alzi gli occhi, accende qualcosa. Tu annoti l'ora. Loro annotano la tua reazione.

È questa la parte inquietante dell'ipotesi: anche il ricercatore diventerebbe una persona osservata.

Nel 2012 il blog hessdalenufo costruisce una versione legata alla guerra fredda. L'autore, anonimo, collega le luci a installazioni militari sui rilievi della regione e immagina prove di guerra elettronica. Le direzioni degli avvistamenti diventano, nella sua lettura, possibili percorsi di un esperimento.

Nei ringraziamenti del rapporto del 1984 compare l'istituto di ricerca della Difesa norvegese. Aveva aiutato il progetto con consulenza e strumenti. Leggendo quel nome dopo le ipotesi militari, può venire la tentazione di attribuirgli anche un ruolo segreto: aiutare a cercare qualcosa di cui conosce già la sorgente. Sarebbe un'accusa ulteriore, tutta da dimostrare.

Per seguire quella pista bisognerebbe arrivare a chi lavorava alle installazioni, ai registri delle attività, a un apparato collocabile nel posto e nel giorno giusti. Nei materiali esaminati qui il legame fra quelle attività e le luci resta un'ipotesi. Gli stessi rapporti EMBLA discutono il costo e le difficoltà di una simulazione così elaborata.

Dove vanno le luci quando spariscono?

Nel 2016 il blogger ufologico Scott C. Waring pubblica immagini di una webcam di Hessdalen. La sua spiegazione è una base extraterrestre sotto il terreno, a diversi chilometri di profondità. Secondo lui, il governo norvegese conoscerebbe la presenza degli occupanti e avrebbe un accordo con loro.

Dentro questa storia, le apparizioni diventano arrivi e partenze. Una luce bassa sul versante starebbe raggiungendo un ingresso. Lo spegnimento segnerebbe il passaggio sotto la montagna. Gli abitanti vedrebbero qualche secondo del traffico di un luogo nascosto.

Se dovessi trasformarla in una scena, seguirei un osservatore che sceglie una luce e cerca di tenerla nell'obiettivo. La vede abbassarsi verso il crinale. Per un momento un albero gli copre la vista; quando si sposta, il punto è sparito. Ora vorrebbe tornare di giorno, raggiungere quel tratto di montagna. Cercare da vicino il posto in cui, secondo questa ipotesi, qualcuno sarebbe rientrato.

La parte dell'accordo governativo va ancora oltre. Fa immaginare uffici, persone informate, decisioni prese lontano dalla valle. Waring presenta questa ricostruzione come propria convinzione a partire dalle immagini; la profondità della base e il patto avrebbero bisogno di riscontri ulteriori.

L'ingresso sarebbe un buon punto dal quale cominciare a verificare il racconto. Una base dovrebbe occupare un posto, lasciare qualcosa da cercare anche a luce spenta.

C'è anche chi immagina un'apertura di tutt'altro genere.

Il fisico Gianni Pascoli, dell'Université de Picardie Jules Verne, pubblica nel 2021 una proposta sui wormhole. Sono collegamenti ipotetici fra regioni dello spazio-tempo: scorciatoie che metterebbero vicini due luoghi molto lontani.

Per figurarmeli penso a una stanza con una finestra. La apro, e dall'altra parte arriva una luce che appartiene a un altro paesaggio. Nella proposta di Pascoli il collegamento sarebbe minuscolo; l'energia che lo attraversa potrebbe contribuire a produrre le luci osservate.

Nel 2024 Pascoli torna sulla proposta e immagina un collegamento con più aperture nel sottosuolo. Nel paesaggio vedremmo soltanto gli effetti dell'energia in uscita. Capisco il fascino di questa possibilità: ogni volta che una luce si accende, viene voglia di sapere che cosa ci sia dall'altra parte.

Pascoli presenta esplicitamente l'idea come altamente speculativa. Per metterla alla prova chiede misure più precise, anche delle variazioni rapide di luminosità e del campo magnetico.

Per cercare quel segno occorrerebbe tenere gli strumenti accesi e confrontare molte notti. Pascoli lascia ai ricercatori una proposta di esperimento, con risultati ancora da raccogliere.

Anche lontano dalla Norvegia ci sono persone che aspettano una luce.

A Marfa, in Texas, si raggiunge un'area di osservazione lungo la strada e si guarda l'orizzonte dopo il tramonto. Nel Queensland australiano si raccontano le luci Min Min, che sembrano seguire chi viaggia nel buio.

Il ricercatore Jack Pettigrew le incontra mentre si occupa di rapaci notturni. Finisce per studiare anche quelle e propone una spiegazione legata ai miraggi: aria a temperature diverse può portare agli occhi una luce molto lontana.

Mi piacerebbe essere lì quando, mentre cerca un rapace, gli compare quella luce. Oppure fermarmi accanto a qualcuno sulla strada di Marfa. Ognuno di questi posti merita il suo viaggio, con le persone e gli equivoci che gli appartengono.

Per adesso torniamo a Hessdalen. Sono passati più di quarant'anni dal caravan, e qualcuno sta ancora guardando.

Il 30 agosto 2026 Erling Strand, l'ingegnere che abbiamo seguito nel caravan e durante la prova con il laser, lascia il consiglio del progetto. È fra i fondatori: ha cominciato nel 1983. Ora diventa membro onorario a vita, mentre altre persone continuano il lavoro quotidiano.

Due notti dopo, poco dopo mezzanotte, un uomo di nome Snorre si ferma a Vårhuskjølen. Sta parlando degli alberi, di quanto siano cresciuti e di come coprano la vista. Vede una luce bianca, poi arancione. Gli sembra che cambi posizione a scatti, prima di spegnersi.

Snorre avverte il progetto. Rainer Haseitl riceve le indicazioni su dove guardare e quando.

Questa volta c'è anche una registrazione. Una telecamera vicino alla sala della comunità ha ripreso un punto luminoso, molto piccolo. Snorre riconosce l'episodio, ma rimane sorpreso dalla differenza: dal vivo gli era sembrato più grande e più duraturo. Nel filmato somiglia a un lampo lontano.

Mentre preparo questo racconto, alla fine di settembre, l'analisi è ancora aperta. Il gruppo considera anche la somiglianza con una piccola meteora. Ha qualcosa da confrontare con il ricordo del testimone.

Il progetto sta cercando di rendere più frequenti confronti del genere. Ha preparato kit con telecamere da prestare agli osservatori. Tre persone in posti diversi possono registrare la stessa luce: incrociando le direzioni, diventa possibile stimare quanto sia lontana, quanto sia alta, come si muova.

Serve anche qualcuno che guardi le immagini. Le macchine possono restare accese tutta la notte; poi una persona deve trovare il passaggio che merita attenzione e tornare al filmato originale.

Per l'ultima scena mi prendo ancora un po' d'immaginazione. Snorre è davanti allo schermo, Rainer rimanda indietro il video. La luce compare. Snorre si avvicina, indica il punto, prova a spiegare quanto fosse diversa da lì, sulla strada.

Riguardano. Poi aprono una mappa.

Snorre cerca il punto in cui si era fermato. Deve tenere conto degli alberi, cresciuti tanto da nascondere parte del versante. Avvicina un dito allo schermo.

«Qui. Io ero qui.»

La prossima telecamera, io, la metterei lì.

Se ti va di ritrovarci per un'altra storia, segui Oddity Journal. Le fonti e i documenti di Hessdalen sono nella pagina dell'episodio, su oddityjournal.top. Grazie della compagnia, alla prossima.

FONTI E MATERIALI

Verifica

Il testo deriva dal file frozen-source conservato nel pacchetto di release. Le fonti e i limiti editoriali sono nella pagina fonti di Hessdalen. Questa pagina non incorpora file di terzi; eventuali materiali propri devono essere marcati come ricostruzioni, con indicazione dell'uso di IA quando pertinente.

Metodo e segnalazioni documentate →